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Contestualizzando

La divisione politico-territoriale della penisola italica alla soglia degli anni ‘50 del XIX secolo fu determinata a partire dal novembre 1814, subito dopo la prima sconfitta di Napoleone. Il principio generale di legittimità adottato dal Congresso di Vienna -principio volto a ricondurre sul trono i sovrani legittimi e le dinastie spodestate dalla rivoluzione francese e dal dominio napoleonico- ebbe un’applicazione soltanto parziale. In particolare, per quanto riguarda la penisola italica:

  1. l’antica Repubblica di Genova fu annessa al Regno di Sardegna, ricostruito per Vittorio Emanuele di Savoia. Venne restaurato l’assolutismo regio, furono ristabilite le arretrare Costituzioni del 1770 e ripristinati i privilegi dell’aristocrazia e del clero. Il Veneto con l’Istria e la Dalmazia vennero cedute all’impero austriaco;
  2. Il Regno Lombardo-Veneto formalmente governato da un vicerè che risiedeva a Milano, di fatto era affidato a due governanti, uno a Milano e uno a Venezia, entrambi affiancati da un consiglio;
  3. Il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla fu concesso a Maria Luigia d’Asburgo-Lorena che mantenne in vigore la legislazione napoleonica e promulgò un codice civile ancora più avanzato del Codice Napoleone;
  4. Sempre agli Asburgo venne affidato il Gran Ducato di Toscana a cui, nel 1847 fu annesso il Ducato di Lucca;
  5. Il Ducato di Modena e Reggio passò alla famiglia Asburgo-Este che si fece promotrice di una politica di opposizione nei confronti di quella che era stato l’indirizzo napoleonico, ripristinando i privilegi della nobiltà e del clero, richiamando i gesuiti e rimettendo in vigore il codice estense del 1771;
  6. Sempre agli Este fu concesso il Ducato di Massa e Carrara.
  7. Lo Stato Pontificio venne restituito al papa che lo riorganizzò in 17 province ristabilendo, in alcune delle sue parti, i privilegi feudali;
  8. Nel Regno delle Due Sicilie, infine, furono mantenuti in vigore a Napoli e introdotti in Sicilia i codici napoleonici. Continuarono le quotizzazioni demaniali a favore soprattutto dei ceti borghesi.

Il primo movimento orientato formalmente verso l’unità fu la Giovine Italia di Giuseppe Mazzini che prefigurava un vero e proprio partito di orientamento democratico e repubblicano. Già negli anni precedenti il dibattito culturale e politico aveva contribuito in maniera rilevante alla creazione di un’opinione pubblica nei centri urbani, dove la piccola e media borghesia era facilmente raggiungibile dalle nuove idee, e persino nelle campagne nonostante il clero e la nobiltà fungessero da filtro delle proposte più avanzate. Ancora agli inizi degli anni ‘40, tuttavia, la possibilità di una soluzione unitaria appariva assolutamente irrealistica. Nello stato sabaudo si faceva sempre più strada, soprattutto grazie ai liberali moderati, l’idea di soluzioni che fossero compatibili con la presenza di più stati regionali, a cominciare dalla creazione di un mercato comune che portò, già nel 1847, ai preludi per la formazione di una lega doganale italiana.

Le rivolte del 1848, prima fra tutte Palermo e poi Torino, videro la trasformazione degli stati in regimi costituzionali. La rivolta milanese, anche se portò alla guerra tra il Regno di Sardegna e l’Austria, si concluse comunque con un nulla di fatto, con il ritorno allo status quo precedente. Gli anni del 1859-60 furono decisivi per il processo di unificazione nazionale che potè concludersi solo nel 1870 con l’annessione di Roma. L’anno successivo la Legge delle Guarentige garantiva l’inviolabilità della figura del pontefice tutelandone la libertà e l’indipendenza e gli concedeva una dotazione annua ed il godimento dei palazzi del Vaticano con privilegio di extraterritorialità.

Il nuovo stato, regolato dallo Statuto Albertino concesso nel 1848 al Regno di Sardegna, si prefigurava come una monarchia costituzionale. Già dall’annessione delle province meridionali Vittorio Emanuele II diventava re d’Italia conservando il proprio nome e restando il capo supremo dello Stato, esercitava il potere esecutivo attraverso i ministri, poteva convocare e sciogliere le camere e aveva il potere di sanzione delle leggi, poteva cioè rifiutarle se non rispondenti all’indirizzo politico perseguito dalla corona. Per quanto riguarda la giustizia, l’ordinamento italiano non garantiva alla magistratura una vera e propria indipendenza dal potere politico. I giudici, nominati dal re, venivano influenzati dal meccanismo dei trasferimenti. Il Parlamento era composto da due camere: il Senato, di nomina regia e la Camera dei Deputati, costituita da uomini che avevano raggiunto i 25 anni d’età e che, una volta votati tramite un sistema a collegi uninominali, diventavano funzionari non retribuiti.

Fino al 1876 l’Italia fu governata dalla destra storica, cioè dal raggruppamento politico formato principalmente dai seguaci di centro-destra della politica di Cavour. Comune a questo schieramento era la fedeltà alla monarchia, l’alto senso dello Stato e della moralità dell’individuo, la concezione elitaria della vita politica confermata da una legge elettorale censitaria -aveva diritto al voto neanche il 2% della popolazione, costituita esclusivamente da uomini che avevano raggiunto i 25 anni e godevano di un’imposta diretta almeno pari a 40£- e da un rigoroso accentramento istituzionale. Fedele al programma di “libera chiesa in libero stato” promosse leggi per la soppressione degli enti ecclesiastici. In campo economico seguì una politica rigorosamente liberista e mirò, con una forte politica fiscale, a risanare la finanza pubblica ottenendo nel 1876 il pareggio in bilancio. In questo stesso anno, grazie alla politica del trasformismo, divenne presidente del consiglio dei ministri Depretis, esponente della sinistra storica. Questo raggruppamento politico si era già diviso nel 1852 quando una sua parte passò a sostenere il governo Cavour. Subì ancora delle modificazioni dopo l’unità quando vi confluirono i garibaldini e i mazziniani che non rifiutavano, con la monarchia, anche il parlamento. Composta dalla piccola e media borghesia delle professioni e particolarmente forte nel meridione, sostenne una politica laica, democratica e liberista sul piano economico. Nel 1887 un gruppo di una trentina di deputati si staccò per formare un’estrema sinistra da cui si sviluppò il partito radicale.

Testi di riferimento:

Roberto Balzani, Alberto De Bernardi, Storia del mondo contemporaneo, Milano, Mondadori, 2003
Carlo Capra, Storia moderna, Firenze, Le Monnier, 2004
Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto (a cura di), Storia d’Italia. Il nuovo stato e la società civile, vol. II Bari, Laterza, 1995
Pasquale Villani, L’età contemporanea, Bologna, Il Mulino, 1983

Immagine presa da: http://picasaweb.google.com/gianfrancomarini

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